UnDeR the StarRy Sky

una finestra sospesa tra le nuvole e le stelle

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La PaTriA

Del tempo che ho non ho
memoria
un vasto deserto una brulla brughiera assolata
si spande
l’invincibile acciaio forgiato nelle operose officine di un divenire nostalgico
faccio di te


la mia patria il porto il prato



verde dal profumo distratto
dal suono assorto della tua voce
che chiama mi arrende
fresco brunire tra fronde accaldate
ho preso l’ancora nel porto segreto
dell’umidità cava
della tua bocca
per tornare
dalla frescura boscosa
di iridi increspate
da un riverbero
d’amore.


LaU 2004.

116

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not Love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
 
O no! It is an ever-fixed mark
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
 
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle's compass come:
Love alters not with his brief hours and weeks,
 
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved, 
I never writ, nor no man ever loved.
 
***


Non sia mai ch'io ponga impedimenti
all'unione di anime fedeli; Amore non è Amore
se muta al mutare degli amanti
o svanisce al loro allontanarsi.


O no! Amore è immutabile faro
che sovrasta la tempesta e non trema;
è la stella che guida ogni barca smarrita, 
la cui grandezza è sconosciuta,
ma la distanza è nota.

Amore non  è preda del Tempo, 
e anche se le labbra rosse e le guance
cadono sotto i colpi della sua lama crudele,
ore, giorni o settimane non alterano Amore,

che in eterno vive:
e se si dimostrerà che sbaglio
non avrò mai scritto, e nessuno avrà mai amato.
(tradotta da me, alla meglio)
 
...W.S. 

La terRa ImpArEgGIabIlE

Da tempo ti devo parole d'amore:
o sono forse quelle che ogni giorno
sfuggono rapide appena percosse
e la memoria le teme, che muta
i segni inevitabili in dialogo
nemico a picco con l'anima. Forse
il tonfo nella mente non fa udire
le mie parole d'amore o la paura
dell'eco arbitraria che sfoca
l'immagine più debole d'un suono
affettuoso: o toccano l'invisibile
ironia, la sua natura di scure
o la mia vita già accerchiata, amore.




O forse è il colore che le abbaglia
se urtano con la luce
del tempo che verrà a te quando il mio
non potrà più chiamare amore oscuro
amore già piangendo
la bellezza, la rottura impetuosa
con la terra impareggiabile, amore.


DSC00097

C'era ai vetri di freddo del natale..

tra i graffi dei bambini anche il tuo nome.
Io bevevo il caffè, dicevo come
potrò vederla, càpita che il male
paziente all'improvviso mi allontani
nell'ansia di averti ove non sei.


Ma sei dovunque l'ora dei cortei
che passano, la festa del domani.
(Gatto)


DiaRio Di bORdo

Mi piacerebbe infinitamente fotografare tutto ciò che vedo...ma sarebbe difficile riuscire a guidare nel frattempo, ad esempio.
E a dire la verità non credo di avere talento per la fotografia.

Di tutte le immagini non posso che darvi un resoconto di parole, con la consapevolezza che le parole sciupano la qualità della luce, la sfumatura dei colori, che le parole non possano davvero esprimere l'azzurro latteo del mare di salerno nell'ultima visione colta prima della rampa dell'autostrada, o la distesa cittadina di roma, con le luce accese a contrastare il tramonto, le nuvole un prolungamento celeste del suo orizzonte, i colli remoti, i pini dei castelli neri scolpiti come bassorilievi sul rosso del sole in declino.

Vorrei dipingere l'intensa varietà di dorati, aranci, rossi che gli alberi chinati dal vento esibiscono nell'autunno avanzato, mentre il sole ne incendia le foglie e la natura sembra assorta in una serena sopportazione.
Le gazze solo restavano immobili. I loro nidi aggrappati sui rami già nudi come frutto tardivi della stagione fredda.


E il tramonto spezzato dagli stormi, striscioni multiformi capaci di dare forma al vento, un suggerimento di superiore ordine.

O la schiena ossuta degli alburni, frastagliata da insolite luci, dita di sole sui loro fianchi ancora verdi, laghi di nuvole a colmare tutte le insenature delle loro vette.
Nuvole come coltri, come valanghe attirate al suolo, come artigli che spingono le montagne a cambiare colore.






Mi piacerebbe davvero.






AuTuMn MoOd

e VoRrEi FoSsi Tu

Sono folle di te, amore 
 
che vieni a rintracciare 
 
nei miei trascorsi 
 
questi giocattoli rotti delle mie parole. 
 
 
Ti faccio dono di tutto 
 
se vuoi, 
 
tanto io sono solo una fanciulla 
 
piena di poesia

e coperta di lacrime salate, 
 
 
io voglio solo addormentarmi 
 
sulla ripa del cielo stellato 
 
e diventare un dolce vento 
 
di canti d'amore per te. 
 
 
 
Alda Merini, da "Alla tua salute, amore mio"

ne Me quiTte pAs

Ne me quitte pas
... quando il mio dolore mi chiude e mi ripiega
come un atomo di odio
   quando mi faccio buia e impenetrabile
tutta spigoli e schiena

Ne me quitte pas
...  quando ti spingo via per non vedermi
nel tuo sguardo d'amore
per la paura di non avere
abbastanza cuore
da offrirti in cambio

Ne me quitte pas
...  quando mi aggrappo forte ai tuoi vestiti
in cerca di un attracco
quando mi ingarbuglio con i fili
della vita e ti guardo
come da un sogno lontano

Ne me quitte pas
... quando mi dimentico di dirti che ti amo
senza pensare che non sei qui
a vedere l'amore che ti nego
fiorirmi sulla pelle come una nuova pelle.

Ne me quitte pas
... quando ti faccio trappole di parole e tu
sai non cascarci e aspetti
che la tua voce mi raggiunge.

ne me quitte pas...

...  Je t'inventerai des mots insés que tu comprenderes,
Je te parlerai  de mon amour ...

Amore Internazionale







versione italiana di Gino Paoli

Non andare via puoi dimenticare tutto quello che se n'è andato già
Tutti i malintesi e tutti i perché che uccidevan in noi la felicità
Puoi dimenticare tutto il tempo che è passato già, non esiste più

Non andare via, non andare via, non andare via
Ti offrirò perle di pioggia venute da dove non piove mai
Aprirò la terra giù fino nel fondo per coprirti d'oro, d'oro e di luce

E ti porterò dove non c'è più quel che tu cerchi e quel che tu vuoi
Non andare via, non andare via, non andare via
Non andare via per te inventerò le parole pazze che tu capirai

E ti parlerò di due amanti che per due volte già hanno visto il fuoco
Ti racconterò la storia di un re morto perché non ti ha visto mai
Non andare via, non andare via, non andare via

Nel vulcano spento che credevi morto molte volte il fuoco è rinato ancora
Ed il fuoco brucia tutto quanto intorno e non riconosce niente e nessuno
E quando c'è sera e c'è il fuoco in cielo il rosso ed il nero non hanno un confine
Non andare via, non andare via, non andare via

Non andare via io non piango più, io non parlo più, mi nasconderò e ti guarderò,
quando riderai e ti ascolterò, quando canterai
Sarò solo l'ombra della tua ombra della tua mano, l'ombra del tuo cane
Non andare via, non andare via
Non andare via.


Being AnD NoThinGneSs

"The lover and the loved will exist much like the vacillation between the parts of the self.
Only one can exist as subject and so the other has lost its transcendence but inevitably will cause the other to lose his transcendence when the other, seeking love by loving, causes himself to appear as object for the self. 
Neither lover can know the other as subject. 
Consciousness cannot be known because it is surrounded by nothingness.
 Love must fail because of the nature of human existence. 
Sadly, it is this same nature that will always cause the self to seek this love. 

Love would be love when it leaves desire for identity behind and instead seeks only to love the whole.  Love will cease to be love when it objectifies or limits anyone.  
Love should be what seeks the good of the whole.  
Love should be the embracing of the freedom of the self and of others.  
Then it will be both responsible and non-judgmental. 
  
Though the problem of the in-itself still remains, it will not remain forever."

ho raccolto

ho raccolto un tuo sospiro sul palmo
donato come un fiore
da infilare nei capelli
per farmi più bella

- le tue labbra filtrando
oltre l'orizzonte spigoloso
del mio pollice
come tramonto
spogliavano
il giorno -

e nel tuo sguardo divaricato
ho visto
la mia anima
tremare nella tua.


LaU, 29/7/2010

di sera, un geranio

"ora lui è come la fragranza di un’erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz’aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d’una così vana eternità. Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...


– Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s’accende! Perchè?

Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione."

parole d'estate

AMO IL PEZZO DI TERRA CHE SEI

I tuoi GRANDI OCCHI son la luce che posseggo
delle COSTELLAZIONI sconfitte,


la TUA PELLE PALPITA come le strade
che percorre la meteora nella pioggia.

Di tanta LUNA furono per me i tuoi FIANCHI,


di tutto il SOLE la tua BOCCA profonda e la sua DELIZIA,

di tanta luce ardente come miele nell'ombra

il tuo CUORE ARSO da lunghi raggi rossi,



e così percorro il fuoco della tua forma baciandoti,


piccola e PLANETARIA, colomba e GEOGRAFIA



P.Neruda

10 anni dopo

Qualche settimana fa, in un insensato folle e meraviglioso venerdì santo, raccattando gente ubriaca in mezzo alla strada dopo un fantastico reading e cantando le canzoni di raffaella donà con coretti e strani balletti stipati in 5 in una 500, si discuteva del piacere singolare e ineguagliabile che dà leggere qualcosa di sè davanti a un pubblico.
Sono passati 10 anni ma quell'emozione la ricordo bene: le persone intorno, agitate, indaffarate, spazientite, le persone che erano lì da ore e per ben altri motivi, all'improvviso, fecero silenzio.
Scese il silenzio, rapido, dolce, cristallizzando intorno alla prima parola del mio racconto.

Eravamo nella palestra di una scuola elementare, un palco improvvisato, un microfono, e la mia voce di sedicenne che parlava d'amore.

E uomini, e donne, e ragazzini e perfino bambini, silenziosamente, ascoltavano.


Sono davvero passati 10 anni, ma mi è venuta voglia di rileggermi, di riascoltare quel racconto che ha vinto un premio da niente e mi ha dato un'emozione che vale una vita.


Eccolo qui.

(Abbiate pietà, avevo davvero solo 16 anni).


***************************************************************

Lo Stormo

Una settimana snervante: il sabato, atteso, desiderato, ancora più frenetico, non concede riposo. Faccio ricorso ai miei soliti stratagemmi: non voglio che questa giornata finisca, che si ripresenti già il deprimente domani della routine quotidiana. Così aspetto, sveglia, l’alba, costringendomi a forza a restare in piedi, a camminare per le strade asfissianti che mi strappano pezzi di cielo. Alla fine mi faccio coraggio e accetto il compromesso: la mia volontà non respinge più la stanchezza. Mi sprofondo sotto le calde lenzuola del letto e penso a tutto quello che ho dimenticato di fare, di dire: un altro sabato speso in futilità, altri granelli di sabbia irrimediabilmente scivolati dalla mia clessidra. Ma il sonno dolcemente prende possesso di me e già il cuore inizia a battere regolarmente, e il suo ritmo scandisce la melodia che mi sta conducendo verso abissi stellati. Mi ritrovo in riva al mare, intenta a rimirare il selenio di una placida e tonda luna estiva, con il suo corteggio di morbide nubi rossastre e il saettante raggio argentato che trapassa le onde color inchiostro. I miei piedi scalzi sprofondano morbidamente nella sabbia, calda, come se fosse giorno, e lasciano disegnata, netta, la loro orma, come su di uno stampo di argilla. Resto attonita a guardare quello strano fenomeno, come se mi stessi guardando da remoti paesi senza nome, attraverso uno specchio magico. Improvvisamente, però, la sensazione d’angoscia finisce e tutto ciò che mi circonda mi sembra perfettamente naturale, logico: dentro di me si affaccia la consapevolezza di trovarmi ad una specie di festa. Mi volto, sorridente, e subito scorgo il falò sfavillante sulla spiaggia, che irradia allegria e calore. Intorno al fuoco misteriose figure nere, confuse, dai contorni sbiaditi, si agitano come in una lugubre danza che mi riporta un senso di familiarità. Aguzzo lo sguardo, alla ricerca di qualcosa, esatta ma ancora senza nome. Come un ghirigoro di fumo, qualcuno si compone davanti ai miei occhi. Avanza, con passo tranquillo e sinuoso, verso di me, e la luna, poco a poco, gli rischiara il viso. Non ho bisogno di riconoscerlo: so già chi è, lo attendevo. Finalmente soli, pensavo, dopo millenni di attesa, ed ora insieme, verso immagini segrete sepolte nella mia memoria. Guardo la sua pelle chiara, le sue labbra che si muovono freneticamente nell’atto di parlare ma restano mute, sospese, in un vento di silenzio. Ricompongo velocemente la scena di quella prima volta che c’incontrammo, quando eravamo ancora bambini, ed io ammiravo quella sua bellezza pura, abbagliante, femminea. La mente non indugiò su tutto quel tempo che vivemmo fianco a fianco, traversando insieme a pie’ fermo le tormente inestricabili dell’adolescenza, lui, sole sempiterno dei mie sogni, ed io debole pianeta, ma inconsapevole motore di tutte le mie fantasie. Arrivò subito, impietosa, al nostro ultimo incontro. Quanti anni c’erano stati in mezzo, e quanto potente era diventata la mia creazione di lui, riflesso dei miei desideri! Ma allora gustavo solo quegli attimi pieni di tenerezza e di illusioni, dell’incantesimo che aveva stregato ogni cosa. Eravamo andati al solito ballo di fine estate, come coronamento di una splendida vacanza trascorsa insieme. Io, piena di speranza, avevo atteso ansiosamente il suo arrivo, il suo passo, la sua andatura, la riconoscevo tra mille.


(1)




CoSa ProDuCe La FeBbre :)

...

traballante ed effimera
come rugiada
un asma del pensiero
quest'anima vaga
membrana appannata
nel concerto
dell'Inutile.

Spazzatura.





E fuori intanto tripudio di rododendri e mille baci scarlatti della buconfillea in fiore, le campanelle carminio e l'aroma d'oriente del gelsomino fiorito a grappoli, le peonie pesanti sul gambo sottile, le bocche di leone svettanti e le rondini sopra ogni cielo.



GioChi DI PoeSia

Una volta per gioco ho provato a fare il verso ai versi,
rubando la forma a un poeta
come un cartamodello per fare nuovi vestiti
ho tirato fuori ternari imbizzarriti.

Che ve ne pare?


**************
originale:


Il pappagallo

La bestia ha le piume di tanti colori
che al sole rilucon cangiando.
Su quella finestra egli sta da cent’anni
guardando passare la gente.
Non parla e non canta.
La gente passando si ferma a guardarlo,
si ferma parlando fischiando e cantando,
ei guarda tacendo.
Lo chiama la gente,
ei guarda tacendo.


Mia: il pesce tropicale

La bestia ha le scaglie di tanti colori
che al vetro traspaion cangiando.
Nella vasca nuota già da cent'anni
muovendo le pinne distratto.
Ricorda il suo mare.
Un bimbo passando si ferma a guardarlo,
si ferma giocando spruzzando col dito.
Ei guarda, sperando:
nel mare dorato
fuggire guizzando.

originale: il parco umido

(la posterò appena ne trovo una copia)


Mia: la casa

La casa è in rovina, le mura cadenti,
cadenti i ricordi del tempo passato, passato, passato;
le mura coperte di muffa,
coperti dagli anni i ricordi,
avvolti di voci e colori.

Nè una via nè un sentiero alla casa conduce,
nè un segno di passi.
Soltanto si posson vedere gli insetti e le piante,
soltanto di questi le voci e i colori.

Altissimi ciuffi e fronde cascanti
ricopron la sola parete rimasta;
poi i fiori, fiori così tanti,
che avvolgon coi loro profumi
il sogno del tempo che è stato,
un sorriso una voce un color.
la casa ridente è tornata, un attimo solo,
un volo del cuore,
ma già cancellato dal tempo passato.

fra l'ombre, fra l'ombre silenti,
nel gioco dei raggi del sole,
soltanto una donna s'aggira pensosa,
con passo sognante, con sguardo languente.

S'aggira pensosa, in silenzio,
nell'ombre di casa campestre,
non vede l'erbaccia, le muffe i licheni,
la donna, vestita d'estate,
già scorgo il suo viso, in cuor la ravviso.

Originiali: A. Palazzeschi,

Mie: LaU 2005 (I quaderni della fantasia, Edizioni Guida, Salerno)


SuKyA - dimora della Fantasia, dimora del Vuoto, dimora della Pace, dimora dell'Asimmetria - la stanza del tè.

"In origine il tè fu medicina, per poi trasformarsi in bevanda. Nella Cina dell'VIII secolo entrò a far parte del regno della poesia, come uno dei passatempi raffinati. Nel XV secolo il Giappone lo elevò a religione estetica: il tèismo.

Si tratta di un culto fondato sull'adorazione del bello, in contrapposizione alle miserie della vita quotidiana.
Il tèismo ispira purezza e armonia, il mistero della carità reciproca, il senso romantico dell'ordine sociale.
Fondamentalmente è un culto dell'Imperfetto, e al tempo stesso un fragile tentativo di realizzare qualcosa di possibile in quell'impossibile che è per noi la vita.

La filosofia del tè non è mero estetismo nella comune accezione del termine, perché esprime, insieme all'etica e alla religione, la nostra concezione dell'uomo e della natura.
E' igiene, in quanto costringe alla pulizia.
E' economia, in quanto mostra che il benessere va ricercato nelle cose semplici.
E' geometria morale, in quanto definisce il rapporto antico che c'è tra noi e l'universo.
E' democrazia, in quanto trasforma coloro che gli sono devoti in aristocratici del gusto

Certo si potrebbe dire che si sta facendo troppo rumore per nulla, ma se consideriamo in definitiva quanto sia piccola la coppa della gioia umana, come trabocchi subito di lacrime, e quanto sia facile berla fino in fondo alla nostra inestinguibile sete di infinito, non rimprovereremo noi stessi per aver attribuito così tanta importanza ad una tazza di tè ".




"Ho guardato lontano / non vi sono fiori /né foglie colorate./ Sulla riva del mare / c'è una capanna solitaria /nella luce fioca / di una sera d'autunno".





"K.Okakura, The book of tea, 1955"



FiDeS

"Ho perso memoria di me. Camminavo per sentieri consumati dal passo di innumerevoli tribù, attraverso i giardini della mia infanzia e mi ritrovavo sperduta tra pagine di una Bontà Infinita, tra le quali ero capace di smarrirmi, svelarmi, smarrirmi ancora, rileggendo Parole che dissipavano dolori e rallegravano la luce del Sole. Così trascorsi quegli anni, dentro il mondo che mi ha reso per sempre senza patria. Mi accostavo con occhi ricolmi di lacrime all’altare, posto al centro del solenne edificio della Chiesa, ed ero un calice di pietà traboccante. Ma intanto i miei passi si facevano radi e pesanti, apprendendo dal verecondo maestro del tempo il mistero della morte. Scoprii un dio potente in me, e fu allora che vidi il nulla. La Chiesa, che mi aveva nutrita, fu abbandonata, con la tacita certezza in fondo al cuore di ritrovarla- porto sicuro- alla fine; ed io mi scoprii sola.

Ho perso memoria di me, di quando avvertii nell’animo il canto siderale della smisuratezza cosmica, di quando essa mi vinse e mi lasciai annegare. Per non rinchiudermi nel labirinto dalle nove porte costruito da Dedalo per la Bestia Antropomorfa, simulacro della pazzia, costruii un nuovo tempio all’interno di me stessa: inventai la speranza di una vita pura in un mondo nuovo, fabbricato con vacua materia onirica. Non so se ciò mi ha salvata, ma, anche nella consapevolezza della sua artificiosità, quel paradiso è l’universo metafisico in cui il pensiero rifugge dal mondo. Mi ha preservato, sì, fino a quando non fossi pronta ad abbandonare la placenta, a vivere realmente a ad indagare la mia essenza senza ingannare me stessa. "

LaU, 2002.

"

Quando brillava il vespero vermiglio

e il cipresso pareva oro, oro fino,

la madre disse al piccoletto figlio:

"Così fatto è lassù tutto un giardino."

Il bimbo dorme e sogna i rami d'oro,


gli alberi d'oro, le foreste d'oro,

mentre il cipresso nella notte nera

scagliasi al vento, piange alla bufera."




"Fides, G. Pascoli, da Myricae".

al 2o09 che Se Ne Va







" O me! O life!... of the questions of these recurring;
Of the endless trains of the faithless--of cities fill'd with the foolish;
Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)
Of eyes that vainly crave the light--of the objects mean--of the struggle ever renew'd;
Of the poor results of all--of the plodding and sordid crowds I see around me;
Of the empty and useless years of the rest--with the rest me intertwined;
The question, O me! so sad, recurring--What good amid these, O me, O life?

Answer.

That you are here--that life exists, and identity;
That the powerful play goes on, and you will contribute a verse. "

Walth Withman, O me, O life!.

Che il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso.

Quale sarà il tuo verso?




DeStINaZiOnI

I
Mi ritrovo a sorridere alle coppie che si baciano per strada, ai bambini piccoli e ai cani coi cappottini. Sorrido alle commesse, sorrido perfino agli extracomunitari che mi porgono il solito volantino. Cammino rapido tra le gente, lasciando che il mio sguardo talvolta la segua. Vado così veloce che quasi mi manca il respiro. Passo da un posto all’altro scivolando, automatismo perfetto. A volte i polpacci stridono, o le caviglie si piegano, ma non importa. Sfido la folla, sgomitando, aspiro i profumi gradevoli delle ragazze agghindate, trattengo il fiato quando mi imbatto nei tanti che puzzano. Se cammino con gli altri, li lascio indietro e non me ne curo. Un passo avanti all’altro, preciso, imbattibile. Come se avessi una direzione.
E invece tutto ciò che ho è dolore.

II
Anagnina. Nuvole grevi come dolore oltre i palazzi sbiaditi, sulla stazione sospesa nell’ansia del primo mattino. Cammino distratta, avvolta di sogni tra le antiche rovine di uno squarcio di sole, nel sorriso stanco di un orizzonte invecchiato. Assorta cercando tra crepe di asfalto la mia ferita, acciaio infilato nella schiena del mondo. Cammino nella corrente con passi assenti, cadenzati, lenti, oltre la strada, oltre l’arrivo, stringendo il mio nome nel pugno, la mia unica carta, il mio addio.

III

Finalmente mi sono seduta, non ne potevo più. E che meraviglia da quassù! Se allungo il braccio posso toccare il cielo. Ecco, apro e ristringo il pugno, lo afferro!
Da qui vedo un mare di teste ondeggiare. Chi sono tutti questi e perché si muovono insieme come le spire di un serpente?
Ma che succede? Qualcosa pende dall’alto fino a me. Sollevo lo sguardo e il mio naso sfiora un pezzo di stoffa verde e pesante. Struscia e solletica, mi viene da ridere. Oh, è passato. Mi giro di scatto per acchiapparne un pezzo, ma non ci riesco.
“Stai buona, a papà, se no cadi”.



Finestre dell'altrove.

I

Una donna alta, straniera. I capelli biondi, sfumati di bianco. Indossa un cappotto di panno verde e ha troppe buste appese al braccio.

Si sedette al tavolo e ordinò un tè. La stanza era ampia, piena di tavolini tondi con tovaglie a motivi floreali, piattini di ceramica e portavivande in acciaio. La carta da parati a righe rosa mostrava le macchie di umidità e sui muri erano appesi grossi specchi di ottone che mostravano, sotto il vetro, tracce dello strato di alluminio. L’atmosfera era gradevole e vintage. Uno stile forzatamente Old English, pensò, mentre versava il tè bollente dal bricco alla tazzina bianca con il bordo scheggiato. Il vapore esalò subito in una nuvola che le avvolse il volto e la costrinse a socchiudere gli occhi. Si ritrovò altrove.

La stanza era così stretta che non c’era neppure un tavolino. Si doveva estrarre una lunga tavola di legno dal primo cassetto sotto il piano cucina, e lì, in delicato equilibrio, si allestiva il pranzo. Quella era una sua competenza. Appena sua madre diceva: è ora del tè, lei correva in cucina, prendeva il panno di feltro verde dal cassetto, montava la tavola di legno e cominciava ad apparecchiare. Avevano poche cose, ma le sistemava con cura, mentre sua madre riempiva d’acqua la teiera di acciaio con il becco di anatra, e apriva la bombola del gas per accendere il fornello. Metteva i centrini di pizzo dall’orlo bruciacchiato uno di fronte all’altro, e su di essi costruiva la piccola piramide piattino – tazza – cucchiaino, imburrava le fette di pane e le disponeva al centro, tagliava il limone in spicchi sorridenti e scaldava tra le mani il bricco con un dito di latte, attenta ad ogni operazione.

E, a concludere il rito, l’anatra fischiava. La mamma si voltava e portava il tè e un sorriso in tavola.

Tese l’orecchio. Nel locale si sentivano le chiacchiere dei clienti, i loro andirivieni, i tintinnii della ceramica sui vassoi delle cameriere, il fruscio del rullo dello scontrino alla cassa … ma non si riusciva a sentire le teiere fischiare.

II

Ragazzo magro, capelli corti e una pashmina al collo, seduto nella sua vettura, una fiat seicento nera.

Il traffico non è poi così spiacevole. E’ quasi una pausa meritata. Certo, è da molto che non guido: forse è per questo che non mi sento stressato. Ho sintonizzato la radio su Virgin, e stanno dando un pezzo dei metallica da The Black Album, uno dei miei preferiti. Non dovrei fumare in auto, ma ho abbassato i finestrini e mi sono acceso una Marlboro. Il fumo disegna piccoli anelli davanti al viso e poi fugge via, oltre il finestrino. E’ inverno, ma non fa troppo freddo. Direi che è gradevole avere i finestrini abbassati, perfino se sta piovendo. E’ una pioggia sottile, quasi trasparente, la posso vedere solo in controluce. C’ è una finestra aperta e illuminata, le tende ondeggiano piano, dorate contro il cielo ottuso della sera. E mentre osservo la pioggia spiraleggiare contro luce, tra le sfumature rosse dei fari di posizione e quelle d’oro dei lampioni, mi chiedo quale vento le agiti, quale vita.

Forse la mia.

III

L’uomo è affacciato. Un giaccone pesante e un berretto calcato sugli occhi – grandi occhi chiari.

Esteticamente brutto, questo cortile interno. Una costrizione costruita per obbligare tutti a guardare tutti. Come se non lo facessimo abbastanza. La mia stranezza, però, è che mi piace.

Sarà perché fin da bambino ho sempre ritagliato il cielo. Mi spiego.

Molto tempo fa i miei genitori mi portarono in viaggio in Puglia. Stavamo andando a trovare i nonni ed era sulla strada, così ci fermammo a Castel Del Monte. Io piangevo perché non mi piaceva fare i viaggi e quel castello massiccio mi faceva paura. Ma, passando per il cortile interno, quasi per caso, alzai lo sguardo e scorsi un ottagono di cielo. Mi sorprese l’idea che il cielo potesse avere dei confini, addirittura una forma. E da allora non ho smesso di cercarle, le forme del cielo, o di inventarle.

Quando mi affaccio su questo minuscolo cortile, al centro del rettangolo del vecchio palazzo popolare di periferia in cui abito da trent’anni, ritrovo un po’ di quella emozione. Il cielo qui ha una forma più semplice, ma c’è ancora altro da guardare.

Le finestre che si illuminano e si spengono, e le ombre disegnate dalle lampadine appese, che crescono e rimpiccioliscono all’oscillare del filo, i panni stesi che danzano, i tendoni ricoperti di muffa, il suono diverso di vite diverse e l’accendersi delle caldaie, che ronzano come insetti – scordate cicale d’inverno.

Le ascolto alternarsi dai diversi angoli, come richiami d’amore. Come un canto che dice: non sono scomparso.

Il cielo ha ancora i suoi spigoli.

IV

Mi sono trasferito da poco perciò mi stupisco di trovare una scala. Sono salito in soffitta altre volte ma non mi ero accorto che si poteva ancora salire. Percorro la rampa di scale adagio, guardando verso quello che mi aspetta dietro l’angolo. Una porta di metallo mi sbarra la strada. Prendo il mazzo delle chiavi di casa e le sfoglio ad una ad una, selezionando quelle per cui non ho ancora trovato un uso. Le provo tutte nella serratura della porta, ma nessuna funziona. Eppure almeno una chiave entra. Non gira, resta bloccata. Sarà la ruggine. Provo con più forza e sento agire all’interno. Il meccanismo bloccato ritrova le sue combinazioni e, cigolando, scatta. Apro la porta e la luce mi investe. E’ una bella giornata di sole e la luce inonda la terrazza bianca.

Davanti a me una foresta regolare di fili di ferro tesi tra pali bianchi,e mi sembra di rivedere me e mia sorella, da bambini, rincorrerci sul tetto del nostro palazzo di allora, mentre le donne stendevano i panni, sullo stesso filo, e noi ci nascondevamo tra le lenzuola, gonfie come vele di una nave pirata.

Sembra quasi di avvertire il frusciare del cotone e il profumo asprigno di sapone … ma qui i fili sono deserti. Eccetto che per gli uccelli. Uno su ogni palo, come nere sentinelle. Come anime nere in attesa.

Sento tremare la mia.

V

Una ragazza seduta nell’autobus. Indossa un cappotto verde. Il suo viso è rivolto all’indietro.

Ho rovesciato lo sguardo e ho trovato una vecchia finestra. Il legno marcio, senza doppio infisso, una cornice sbiadita per un paesaggio nostalgico. E’ gennaio e la nebbia sale dalla terra umida. Oltre il tenue chiarore posso vedere la catena della Margherita, il profilo bianco e rosa di neve, illuminato da un sole già chino. Il profumo di terra e di legna bruciata nel camino acceso con fatica, e la marjuna che inebria la stanza imbiancata di calce, un vecchio giradischi nell’angolo e una bottiglia di brachetto per terra. L’ultima goccia di vino sul mio collo teso e una piuma bianca soffiata via dalla coperta che avvolge i nostri corpi nudi. La prima volta già così dimenticata, e i destini incrociati come le nostre mani, per la mia anima già sola.

All’improvviso non aver paura di ricordare.


Tutti i diritti riservati. Laura 2009



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